Il Rinnovamento Italiano

In questi giorni di grave crisi in Libia e altri paesi arabi, sicuramente la notizia che Luca Cordero di Montezemolo non ha accettato di guidare il comitato promotore delle olimpiadi 2020 non è fra la più importanti. Tuttavia suscita una riflessione. Montezemolo aveva già gestito il comitato organizzatore dei mondiali di calcio di Italia 90, quindi ha senz’altro l’esperienza giusta. Tuttavia, viene da pensare perché nel 90’ Montezemolo, che aveva 43 anni, era in grado di gestire il comitato di organizzazione dei mondiali di calcio mentre oggi non si trova nessun quarantenne-cinquantanne per dirigere il comitato promotore delle olimpiadi 2020 a Roma? Sono passati 21 anni e in questo periodo in Italia non si è sviluppato nessun’altro degno di questo ruolo, tanto che al rifiuto di Montezemolo è seguita la nomina di Pescante, che ha 72 anni.

Il dubbio che sorge è se gli Italiani nati fra gli anni 60 e 70 sono degli inetti incapaci o se negli ultimi vent’anni il paese ha perso qualunque capacità di rinnovamento.

Una spiegazione può essere la seguente. Montezemolo aveva quasi vent’anni nel ’68, Pescante ne aveva trenta. I quarantenni e cinquantenni di oggi avevano invece venti-trenta anni negli anni novanta, non hanno vissuto la trasformazione sociale e la spinta di rinnovamento tipica della fine degli anni settanta. Evidentemente non sono abituati a farsi largo, a farsi valere, e questo fa’ sì che siano soffocati dagli attuali ultrasessantenni, che sono ancora combattivi e non ci pensano proprio a mollare il potere.

Mentre al di là del Mediterraneo stiamo assistendo a guerre fratricide per fare valere le libertà civili e i diritti individuali di base nei confronti di dittatori e governanti che sono lì da almeno vent’anni e sono ormai over sessanta - facendo le dovute giustapposizioni al contesto decisamente a noi Italiani più favorevole - qui siamo troppo apatici e mollacioni per contrapporci all’assoluta mancanza di rinnovamento. Tanto è vero che il nostro primo ministro è lo stesso di diciassette anni fa’ (in nessun altro paese occidentale si riscontra una situazione simile). Ovvero, anche nel mondo economico come in quello politico il rinnovamento non arriva, ma la colpa è di chi dovrebbe avere tutto l’interesse di spingerlo, non di coloro che invece hanno interesse a mantenere lo status quo fino alla morte.

Perché la maggioranza degli Italiani è stanca dello status quo ma non vuole (fare nulla per) cambiare?

I giornali italiani riportano regolarmente articoli di opinionisti che proclamano la necessità di cambiamento in diversi ambiti della vita civile ed economica del Paese. Anche le librerie sono piene di libri di denuncia dei problemi del Paese e delle necessità di cambiamento, e spesso questi libri raggiungono le vette delle classifiche di vendita. Dunque gli Italiani sono ben informati dei problemi e delle cause. Tuttavia, molti degli articoli o dei libri si limitano alla denuncia del problema e non propongono soluzioni. E anche quando lo fanno, ovviamente non tutti convergiamo verso le soluzioni proposte. Continua a leggere…

Ambitio sine qua non

30 dicembre 2009 Lascia un commento

Parlofranco ha l’obiettivo di trattare con franchezza i temi importanti per il nostro Paese. Si vuole farlo presentando fatti più che opinioni, al contrario della migliore tradizione giornalistica italiana (senza eccezione alcuna, Parlofranco legge poco i giornali e non ha predilezione per nessuna testata in particolare). L’insieme di questi scritti sono indirizzati al figlio che oggi ha un anno. Quando avrà diciotto anni dovrà capire in che mondo si trova e perché il Paese ed il mondo sarà come sarà. Vorrei che potesse farlo con gli occhi di un padre che guarda al futuro con apprensione e realismo. Almeno per sapere come la pensava al tempo e che se non altro ha provato a contribuire dando il suo punto di vista, provando a fare chiarezza e a tracciare un percorso virtuoso.

Parlofranco non è un politico né è iscritto ad un partito o movimento, non è un economista né un professore universitario, non un clericale né un giornalista; ha una sua visione del mondo e dell’Italia che nasce dall’osservazione e dal confronto quotidiano di fatti e realtà diverse, frutto di dirette esperienze a livello italiano ed internazionale con diverse persone di tutti gli ambiti sociali.

Anni fa’ Parlofranco stava volando da Francoforte e Parigi. Seduto accanto a lui c’era un Indiano ben vestito fra i 35-40 anni con modi di fare molto cortesi e pacati. Iniziarono a conversare, lui era un professore di economia ad Insead, famosa università a Fontainebleau, vicino Parigi. La sua ricerca (all’estero tutti i professori universitari fanno ricerca) si focalizzava sul dimostrare la tesi che le aziende che si espandono in nuovi mercati geografici hanno più possibilità di successo in paesi culturalmente affini al mercato di origine. Per farmi degli esempi mi chiese di dov’ero. Ben presto tuttavia la discussione prese una piega diversa. “L’Italia e gli Italiani – disse il professore indiano – hanno perso l’ambizione di competere ed essere fra i migliori al mondo. Mentre ogni Indiano nato negli ultimi vent’anni è convinto che con il lavoro può migliorare la propria condizione, voi Italiani siete appagati o demotivati.”

Parlofranco ha riflettuto a lungo su questa dichiarazione, che sebbene ovvia perché l’India è un paese emergente con un tenore di vita nettamente inferiore al nostro e quindi con ampi margini di miglioramento, è alla radice della nostra perdita di competitività nel mondo e della sfiducia che i nostri giovani hanno nel futuro. Due semplici dati incrociati su un grafico mi hanno aiutato a rendere tale affermazione più palpabile: i dati rappresentano la crescita media annua del prodotto interno lordo reale (ovvero al netto della variazione nominale dei prezzi) negli ultimi dieci anni per paese (asse orizzontale) e la variazione del coefficiente di popolazione in età lavorativa (asse verticale).

Praticamente, il primo dato indica la crescita economica negli ultimi dieci anni; il secondo dato indica le prospettive future, indicato dal fatto che se la popolazione in età lavorativa sul totale della popolazione diminuisce, quei pochi che sono in età lavorativa - e di questi quelli che effettivamente lavorano e producono qualcosa - devono sostenere tutti gli altri (minori, persone in pensione, persone che non lavorano). Come si vede, l’Italia occupa la posizione in basso a sinistra. Il Giappone sta peggio di noi in termini di variazione del coefficiente di popolazione in età lavorativa, ma sta meglio di noi in termini di crescita media negli ultimi dieci anni e in ogni caso loro lavorano molto più di noi (sia come percentuale della popolazione in età lavorativa sia come produttività individuale). L’India ovviamente è in alto a destra, il che rende comprensibile e quasi banale l’affermazione del professore Indiano di Insead. Tuttavia, non siamo qui per dire se l’India ha migliori prospettive dell’Italia (credo c’è poco da discutere su questo, così come sul fatto che oggi stiamo meglio noi). Siamo qui per sostenere che l’Italia è fra tutti i principali paesi quello che ha perso di più l’ambizione di crescere, produrre, e primeggiare. E’ come se si percepisse un lento, inesorabile declino economico e sociale in preda ad una rassegnazione di massa. Qualcuno prova ogni tanto di scrollarsi di dosso tale stato d’animo, proclamando ottimismo ad oltranza o che abbiamo tante risorse eccellenti che mezzo mondo ci invidia.

Mi rendo conto che diventa complicato capire l’importanza dell’ambizione individuale e collettiva quando le maggiori preoccupazioni per noi oggi sono come fare a cambiare lavoro e guadagnare di più lavorando di meno (possibilmente non dovendo lavorare affatto), dove trascorrere le prossime vacanze, se acquistare una casa più grande o una seconda casa, e via dicendo (mi perdonino coloro che hanno problemi ben più gravi di questi di cui occuparsi). Per farlo occorre fare uno sforzo e mettersi per un attimo con lo sguardo sul lungo periodo, quando i nostri figli saranno grandi, in grado di comprendere il presente ed il passato e di interrogarsi su cosa fare del loro futuro. In questo modo forse si riesce a recuperare il concetto di ambizione, che può tradursi nella legittima aspirazione che i nostri figli abbiano condizioni migliori delle nostre o che per lo meno gli siano stati dati i mezzi e le possibilità per competere nel mondo a testa alta, qualunque cosa essi decideranno di fare. Ma poiché generare tali mezzi e possibilità spetta a noi, allora l’ambizione assume una valenza più concreta. Avendo chiara questa vista di lungo periodo, avendo chiaro che l’ambizione può guidarci, ora non resta che tradurre questo concetto astratto in azioni concrete da perseguire.

Nel 1832 un giovane Abramo Lincoln pronunciava le seguenti parole nel suo primo discorso politico: “Every man is said to have his peculiar ambition. Whether it be true or not, I can say for one that I have no other so great as that of being truly esteemed of my fellow men, by rendering myself worthy of their esteem. How far I shall succeed in gratifying this ambition, is yet to be developed.” Questa frase – in cui si fà riferimento al fatto che ogni uomo ha la sua personale ambizione – potrebbe tranquillamente valere per tutti noi semplicemente sostituendo “my fellow men” con i “our children”, i nostri figli. Ovvero, l’ambizione è di essere degni della stima dei nostri figli.

Ancora Lincoln trent’anni dopo, nel 1862, ormai Presidente al suo secondo incarico, inviò un messaggio al congresso americano da cui sono estratte le seguenti frasi: “ The dogmas of the quiet past, are inadequate to the stormy present. The occasion is piled high with difficulty, and we must rise — with the occasion. As our case is new, so we must think anew, and act anew. We must disenthrall ourselves, and then we shall save our country.” Queste frasi - in cui si parla di un presente burrascoso che richiede un pensiero ed approccio nuovo e al quale i dogmi del tranquillo passato non si applicano più – è quanto mai attuale considerata la crisi mondiale che stiamo vivendo e le difficoltà specifiche dell’Italia (che peraltro vengono da molto prima la crisi).
Questo blog è dedicato ai figli nati in Italia in questi ultimi dieci anni e a quelli ancora da nascere. Ma soprattutto, è dedicato ai genitori di questi figli, perché riflettano sul Paese che gli stiamo lasciando in eredità. Se lasceremo un Paese florido di prospettive e di speranze, allora saremmo giudicati dei bravi genitori. Altrimenti, ci meriteremo la loro eterna condanna.

I prossimi nove articoli saranno sui seguenti temi:

  1. Perché la maggioranza degli Italiani è stanca dello status quo ma non vuole (fare nulla per) cambiare?
  2. La Meritocrazia: questa sconosciuta, a cominciare dalla scuola
  3. La Gerontocrazia: il Paese in mano agli anziani, ma i giovani sono troppo molli per reagire
  4. L’Educazione e il Rispetto: perché tutti lamentano che manca ma continua a peggiorare
  5. La Giustizia: lenta, parziale e disarmante
  6. L’Immigrazione: un Paese di emigranti razzisti
  7. Le Infrastrutture: l’eterno handicap
  8. Il Turismo: il paradosso più sconcertante
  9. Cosa possiamo fare per i nostri figli
Categories: Ambizione, Figli, Futuro, Italia, Lincoln
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