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Perché la maggioranza degli Italiani è stanca dello status quo ma non vuole (fare nulla per) cambiare?

I giornali italiani riportano regolarmente articoli di opinionisti che proclamano la necessità di cambiamento in diversi ambiti della vita civile ed economica del Paese. Anche le librerie sono piene di libri di denuncia dei problemi del Paese e delle necessità di cambiamento, e spesso questi libri raggiungono le vette delle classifiche di vendita. Dunque gli Italiani sono ben informati dei problemi e delle cause. Tuttavia, molti degli articoli o dei libri si limitano alla denuncia del problema e non propongono soluzioni. E anche quando lo fanno, ovviamente non tutti convergiamo verso le soluzioni proposte.

Mi è capitato spesso di parlare dei problemi del Paese con persone di diversa provenienza geografica e sociale in circoli ristretti o conversazioni uno ad uno. In questi contesti, la stragrande maggioranza concorda sui problemi e sulla necessità di cambiamento (alcuni esempi dei problemi ai quali alludo: giustizia lenta, burocrazia eccessiva, tasse e adempimenti amministrativi vessatori, scuola inadeguata, costo della vita troppo alto, politici inaffidabili, scarsa leadership, …). Molti con cui parlo citano gli altri come la causa dei problemi del Paese e si ergono a modello di comportamento. Ognuno poi propugna la necessità di cambiare molte cose. Poi però, se andiamo a vedere, quando in Italia si è provato a fare delle riforme non si è quasi mai riusciti, e la volontà di cambiare è più di facciata che di fatto. Scrivo questo giusto quando il Presidente del Consiglio ha annunciato come obiettivo di governo per questo anno l’avvio di alcune riforme. Allora, sono io fortunato che parlo solo con benpensanti, o siamo forse la quintessenza dell’ipocrisia? Propendo per la seconda, dove in questo caso l’ipocrisia si definisce come la volontà di cambiare fino a quando il cambiamento non ci tocca personalmente.

Veniamo dunque ai cambiamenti a mio avviso necessari. Comincio con la mia lista personale dei principali problemi in ordine di priorità (sempre personale) limitandomi a soli tre, e provo poi a fornire proposte alcune idee semplici ma fattibili, non radicali ma tese a produrre significativi benefici incrementali:

  1. Giustizia (lenta e parziale)
  2. Scuola (non meritocratica e con programmi inadeguati)
  3. Tasse (troppo alte).

 

Sono temi enormi su cui si sono cimentati innumerevoli governi e menti eccelse. Non pretendo qui di dare ricette o soluzioni complessive, troppo presuntuoso ed irrealistico. Voglio però attirare l’attenzione su alcuni aspetti che ritengo chiave e partire da qui per proporre delle idee.

  1. Giustizia: da quello che si legge, la lentezza è apparentemente dovuta ai numerosi gradi di giudizio, alla inadeguatezza delle risorse a disposizione, alla complessità delle leggi e alla quantità delle cause. Inoltre, si sente spesso che i magistrati sono troppi e poco efficienti. In realtà, a guardare alcune statistiche non sembrerebbe così (si consulti ad esempio http://files.meetup.com/207052/magistratura%20in%20italia.pdf; http://sullozero.myblog.it/archive/2009/12/06/stupidaggini-ed-alcuni-luoghi-comuni-sulla-magistratura-ital.html ). Ma se i magistrati non sono troppo e non sono poi così inefficienti, perché la lentezza della giustizia resta il problema numero uno per un paese democratico ed avanzato come l’Italia? Ci sono troppe cause perché siamo un popolo di litigiosi? O sono tutte così complesse da richiedere lunghi tempi di istruttoria e giudizio in aula? Non voglio neanche entrare in questa diatriba. Non sono competente per farlo. Parto però da alcuni presupposti: non vedo perché dovremmo avere sistemi giudiziari più complessi di paesi a noi simili (es., la Francia e la Germania, non certo l’Inghilterra che ha un sistema molto diverso). Non serve il confronto con tanti Paesi, basta confrontarsi con pochi Paesi simili a noi. Ebbene, l’Italia ha 14,8 giudici per 100mila abitanti, esattamente come la Francia. Ma il dato più importante è che l’Italia ha 290 avvocati ogni 100mila abitanti, la Francia 76. Ciò significa che in Italia vi sono quasi quattro “generatori” di cause civili o penali in più rispetto alla Francia. Si può dedurre che il numero dell’eccessivo carico di lavoro dei giudici dipende in gran parte dall’eccesso di avvocati, ovvero di coloro che producono le cause. Attenzione al ragionamento: parto dal presupposto che siamo litigiosi e malviventi come i francesi, ovvero non commettiamo più reati ed illeciti dei cugini d’oltralpe. Semplicemente abbiamo troppi avvocati che per lavorare e guadagnare devono produrre cause! Quindi, una soluzione è limitare il numero di avvocati ricorrendo al numero chiuso alle facoltà di giurisprudenza ed intervenendo all’origine.

 

  1. Scuola (non meritocratica e con programmi inadeguati): se la Giustizia è il problema numero uno per il funzionamento del Paese (senza certezza della pena vince spesso l’impunità che alla lunga incentiva comportamenti disonesti), la scuola è il problema numero uno per garantire un futuro migliore all’Italia. Dalla scuola, in tutti i suoi gradi fino all’università, passa la linfa vitale che rinnova il paese. Ultimamente si è parlato molto di scuola grazie all’attuale Ministro Gelmini. Ma si è animato anche il dibattito sulla meritocrazia, parola di cui tutti ci riempiamo la bocca. Roger Abramavanel ha colto questo punto pubblicando un libro su come rendere il nostro sistema scolastico più meritocratico. Ammetto che non ho letto il libro (lo farò). Però posso dire che ho scoperto il significato di meritocrazia nel 1986, quando ero studente di liceo negli Stati Uniti. I primi giorni di scuola passò una circolare a tutti gli studenti con la richiesta di firmarlo per presa visione ed accettazione. Era un codice etico dello studente che sanciva l’impegno a non copiare! Attenzione: il termine non copiare era considerato in modo molto esteso, perché includeva non solo non copiare dal compagno di banco le risposte di un esame, ma anche non lasciare copiare il compagno, o per esempio non riportare frasi o parti di lavori altrui senza citarne la fonte (c’erano altri casi che non ricordo). Questo significa che nella scuola americana viene valorizzato ed incentivato il merito individuale, cominciando con evitare che venga valutato uno studente non per le sue qualità ed il suo impegno ma per quello di qualcun altro. Aggiungo inoltre che nel sistema scolastico americano denunciare chi sta copiando non è considerato delazione, ma un dovere. Vorrei fare capire che il problema non è solo quello di riconoscere e premiare meriti scolastici, peraltro necessari a garantire che i migliori vadano avanti. Questo tipo di approccio ispira valori di lealtà ed onestà, che quando vengono a mancare perché non promossi dalla cultura scolastica, producono situazioni nella vita lavorativa quali ad esempio il capo che si attribuisce risultati prodotti da suoi collaboratori di talento senza riconoscerne pubblicamente il merito. Questo è esattamente il comportamento che si osserva troppo spesso e che crea demotivazione, incentiva comportamenti scorretti, e distrugge il tessuto sociale di qualunque organizzazione. In conclusione, sarebbe già un buon risultato introdurre questo tipo di codice etico ed assicurare che gli insegnanti ne siano i garanti. Ovviamente, non è sufficiente. Il problema principale resta quello di metriche di valutazione più oggettive e trasparenti possibili, in modo da rendere possibile una valutazione su scala nazionale delle scuole, degli insegnanti, e degli studenti. Ma questo è un tema lungo e complesso, che rimando ad una sezione specifica del blog.

 

  1. Tasse (troppo alte). Il tema delle tasse è strettamente legato ai precedenti. Abbiamo detto che la giustizia è il problema numero uno per il funzionamento del Paese, la scuola il problema numero uno per il futuro del Paese. Le tasse sono il problema numero uno per l’equità e la serenità sociale. E’ infatti un dato di fatto che in Italia chi paga certamente le tasse sono i lavoratori dipendenti, mentre su tutte le altre categorie lavorative e di contribuenti sorge sempre l’alea del dubbio. Anche qua, basta un confronto con un paese simile a noi, di nuovo la Francia: in Italia ci sono 41500 dottori commercialisti (fonte: Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, ho trovato il dato su http://www.barbierieassociati.it/dottorecommercialista.asp ), lì 15000 (fonte: http://www.cncc.fr/chiffes_cles.html)! Cosa significa: che il nostro sistema di tassazione è talmente complesso che ha favorito la crescita numerica dei commercialisti, che aiutando a tenere i registri contabili sono il primo anello nella catena dell’accertamento fiscale. Tale complessità favorisce l’elusione e l’evasione, ed alla fine per fare fronte alla necessità di entrate si colpisce sempre dove si è certi di raccogliere l’imposta, ovvero sul lavoro dipendente. L’impatto di tutto ciò è che il dipendente – soprattutto a tempo indeterminato –, che orma è una sorta di privilegiato, paga per tale privilegio un livello di tassazione sul reddito elevato. Ma il problema non è questo. E’ che alle tasse sul reddito (qualunque forma di reddito), si aggiungono le varie imposte indirette (IVA, canone RAI, tasse sui servizi pubblici locali, …) e la varie forme di multe e penali che andrebbero aggiunte alla misura di cuneo fiscale perché riducono comunque il reddito disponibile. Vale insomma anche qui lo stesso ragionamento fatto per i giudici e gli avvocati. Riduciamo il numero dei commercialisti (attenzione: Parlofranco è anche dottore commercialista) in modo da responsabilizzare maggiormente i cittadini nella compilazione delle tasse, rendendola però veramente semplice. Pubblichiamo la vera incidenza fiscale, mostrando l’impatto di imposte dirette, indirette, multe e penali. Pubblichiamo in modo chiaro e semplice le entrate cosa hanno finanziato, a tutti i livelli: comunale, provinciale, regionale, statale. Ed evitiamo le varie forme di condono ed impunità che ormai rappresentano quasi la norma della politica fiscale! Ritorniamo a punto precedente: se manca una cultura dell’onesta (a partire dalla scuola) e si può contare troppo spesso sull’impunità, allora i comportamenti deviati diventano la norma. Se invece l’evasione fosse reato contro lo Stato in quanto rappresentante di tutti gli altri cittadini che pagano le tasse, allora forse cambierebbe qualcosa nell’atteggiamento delle persone.
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